HISTORY


TOPICS:

Note Storiche (Italiano)
History of Alvito (Italiano)
History of Alvito (English)
A Castellana Tale (English)
Il Castello Di Alvito(Italiano)
The Castle of Alvito(English)



















Note Storiche


Alvito sorge ai piedi dell’Appennino, addossato ad una collina di circa 700 metri, in posizione panoramica. Parte del suo territorio montano rientra nel Parco nazionale dell’Abruzzo. A pochi chilometri dal paese, fra le montagne confinanti con l’Abruzzo, c’è la cosiddetta Fossa Maiura, una depressione carsica che forma quasi un anfiteatro naturale:

si tratta di una dolina profonda circa 100 metri, a forma di tronco di cono rovesciato che ha un perimetro superiore al chilometro. Qui hanno origine le acque d’alimentazione del Fibreno. Nell’ambito del territorio esiste una sorgente dalla quale scaturisce acqua sulfureo-ferruginosa.

Il nome di Alvito deriva dal monte su cui sorge, chiamato in precedenza Albeto. Altri vorrebbero far derivare il nome olivetum, per sottolineare una caratteristica dell’agricoltura locale.

Secondo la storiografia tradizionale, il centro abitato sorse intorno al Mille, nel periodo dell’incastellamento, ma le prime testimonianze certe sono del 1096. Su un colle poco distante, attorno alla Chiesa di Sant’Urbano, era già sorto l’omonimo villaggio poco prima del 1017. Comunemente si ritiene che quest’ultimo fosse scomparso durante le scorrerie di Roffredo, abate di Montecassino, nel 1193 e che gli abitanti di Sant’Urbano fossero confluiti nel l’abitato meglio fortificato di Albetum. La presenza benedettina cassinese nella zona era molto forte: i monaci possedevano la Chiesa di San Martino, esistente dal 1020, situata vicino a Sant’Urbano, e lo xenodochio di San Simeone, il più antico della zona. La presenza dei monaci favorì certamente il popolamento: oggi ad Alvito l’unica traccia dei benedettini di Montecassino è rappresentata da un leone confinano conservato sopra un muro davanti al Palazzo Gallio. La signoria ed il castello appartennero ai d’Aquino dal 1100 fino all’avvento degli angioini che, favoriti dalla distruzione della rocca, avvenuta nel corso del terremoto del 1349, e dalla morte, avvenuta nel crollo del maniero, di Adenolfo III d’Aquino e degli eredi, vi insediarono militari francesi tra i quali i Cantelmo. Fu appunto Rostaino Cantelmo a ricostruire il baluardo.

Intanto, per incrementare la popolazione, nel corso di tutto il Trecento, furono creati due borghi posti più in basso della rocca e Alvito apparve nelle liste delle imposizioni fiscali, come il centro più grande di tutta la Val di Comino. La popolazione fu coinvolta nelle continue guerre dovute alle scorrerie locali, allo scisma d’occidente, al conflitto fra aragonesi ed angioini e a quello fra durazzeschi e aragonesi. Pur fra tante vicissitudini, i Cantelmo riuscirono a creare un vasto dominio feudale fra Abruzzo e Campania, che comprendeva le contee di Popoli e Alvito. Nel Quattrocento, l’intera VaI di Comino e la contea di Sora erano saldamente nelle mani dei Cantelmo, che posero la capitale del loro stato ad Alvito.

Le vicende della seconda metà del Quattrocento furono alla base della decadenza di questa famiglia. L’insofferenza degli abitanti verso i Cantelmo, le ripetute sconfitte dei loro alleati francesi, l’attacco finale di Federico d’Aragona che assediò Alvito, furono le cause del loro crollo. Giampaolo fuggì e morì in esilio, figli e nipoti dovettero ricorrere alla carità del re, altri giovani Cantelmo si recarono a servizio di signori italiani. Al loro posto subentrarono i Borgia e il borgo, coinvolto nelle guerre franco-spagno le, venne assediato nel 1503 dagli spagnoli che lo posero sotto il loro controllo. Di venne signoria dei Navarro, dei Cardona, e fu amministrato da governatori, in quanto queste famiglie, che abitavano a Napoli, detenevano i feudi solo per lo sfruttamento economico.

Nel XVII secolo, nonostante il distruttivo terremoto del 1654, che causò tra l’altro l’abbattimento della Chiesa di San Giovanni Evangelista, il borgo continuò a crescere. Si svilupparono sia le case al Peschio che quelle della borgata inferiore: è qui che venne a concentrarsi la gran parte della popolazione e sorsero le abitazioni del nuovo ceto dirigente. Fu anche il periodo dell’espansione urbana, della costruzione di nuovi e più ampi edifici, sia civili che religiosi e della loro decorazione da parte di artisti celebri. Alla cattiva amministrazione dei signori è stata addebitata la comparsa del brigantaggio, che infestò la zona in modo virulento per tutto il secolo XVI; anche Marco Sciarra, uno dei più celebri briganti del tempo, ebbe qui modo di spadroneggiare. Non diversamente dai briganti si comportarono, molto spesso, anche le truppe regolari.

Dopo alterne vicende nell’anno 1600, i Gallio divennero ufficialmente signori di Alvito. E fu il cardinale Tolomeo Gallio ad esercitare l’effettivo potere, occupandosi personalmente dei problemi della contea. Riuscì ad eliminare la piaga del brigantaggio e creò, per una migliore difesa, milizie comunali, comandate da capi locali.

Fece costruire Villa Gallia (oggi in territorio di Posta Fibreno) il Palazzo ducale e alcuni conventi. Diede un certo impulso all’asfittica economia locale costruendo una cartiera e realizzando una strada. NeI 1744 Carlo III di Borbone concesse ad Alvito il titolo di città perché ormai possedeva tutte le prerogative per esserlo: una popolazione numerosa che si aggirava sui seimila abitanti, edifici amministrativi, di culto e una solida vitalità economica. Insomma, la città era in continua crescita. Nel Settecento e nell’Ottocento ci si occupò dell’istruzione, sia maschile che femminile, mentre Alvito seguiva i destini politici del regno di Napoli. Il Risorgimento non fu molto sentito: anzi nel 1860 si ebbe ad Alvito una sommossa antiunitaria.

La cittadina è stata spesso colpita dai terremoti. Sismi di particolare gravità avvennero nel 1873, nel 1901 e nel 1915. Già appartenente alla provincia di Caserta, Alvito entrò a far parte nel 1927 della provincia di Frosinone.

Nel corso degli ultimi secoli, la popolazione di Alvito è diminuita, passando dai seimila abitanti del Settecento agli attuali tremila. Le cause sono da ricercare nella decadenza della signoria locale e, soprattutto nella crisi economica e sociale dovuta alla marginalità in cui era ricaduta la Val di Comino, rispetto ai processi economici dell’area della media valle del Liri. Ne era derivata una forte emigrazione demografica, a partire dalla fine dell’Ottocento. Una lenta ripresa demografica è di questi ultimi anni, dovuta a un minor isolamento e alla crescita di attività terziarie.

beni artistici e monumentali

La città possiede diversi beni artistici e monumentali: il Palazzo ducale Gallio, il Palazzo Elvino eretto dall'omonimo prelato di curia, tesoriere di Paolo III, il Palazzo Mazzenga, il Palazzo Ferrante, il Palazzo Castrucci, il Palazzo Sipari (questi tutti di epoca moderna), il Palazzo Panicale e il Palazzo Graziani. In quest'ultimo si conservava il museo omonimo, la cui raccolta di cimeli, soprattutto di guerra, è stata dispersa a partire dal secondo dopoguerra. Nei dintorni della città è da segnalare la casina Ferrante, villa rurale della fine del Cinquecento che ha subito modifiche fino al XVIII secolo.

Il Palazzo ducale, cominciato nel Quattrocento, di fatto ricostruito dal cardinale Gallio all’inizio del Seicento e completato, con interventi anche successivi, intorno al 1633, è uno dei monumenti più interessanti di Alvito. Eretto sulla strada d’accesso alla cittadina, si presenta con una bella facciata barocca, sopra un porticato. L’ampio scalone conduce al primo piano articolato in sale e saloni decorati ad affresco con soffitti a cassettoni e belle porte barocche. Malgrado le spoliazioni operate nei secoli e la vendita di pitture (del De Matteis e di Luca Giordano), di arazzi (su disegno del Rubens) e di altri arredi, il palazzo si presenta ancora fastoso. Nella sala originariamente destinata ai ricevimenti, si conservano quattro grandi tele, attribuite alle scuole di Luca Giordano e di Nicola Melanconico, rappresentanti Tobia e Tobiolo, Diana ed Endimione, Olindo e Sofronia e il Giardino di Armida.

La Parrocchiale di San Simeone, eretta nella forma attuale nel Settecento, ha navata unica, con soffitto a cassettoni decorato d’oro. Sui diversi altari campeggiano pale del Seicento e dell’Ottocento. Nella sacrestia si conservano una Crocifissione attribuita al Cavalier d’Arpino, e una pregevole Presentazione al tempio attribuita ad Antonio Solaro, detto “lo zingaro”. Un’altra Presentazione, dipinta su tela e posta sulla volta della chiesa, è attribuita a Francesco Sacco ed è datata al 1738. Inoltre vi sono due cori di legno massiccio, opera di Basilio Bonanno e Giuseppe Ergenberg, autore anche del pulpito, mentre una statua lignea raffigurante la Madonna di Loreto è di Giovanni Stolz.

La Chiesa di Santa Maria del Campo esiste sin dal 1090: si tratta di un’antica costruzione rurale, eretta in forme romani che sopra un tempio di Venere, che conserva tracce di affreschi d’impostazione bizantina ed altri del XV-XVI secolo. Uno di questi, rappresentante la Madonna delle Grazie, è attribuito a Taddeo Zuccari. La testa della statua lignea della Madonna del Campo è del 1426. Nell’atrio si conserva una raccolta di reperti archeologici. Il Convento di San Nicola, francescano, fondato nel 1516, ampliato e restaurato a partire dal 1720, presenta facciata e interno nel più caratteristico barocco tipico dell’area. Fu arricchito d’opere d’arte da papa Clemente XIV, già cardinale Ganganelli, che aveva insegnato nel convento alvitano. Sugli altari della chiesa campeggiano sette grandi pale, attribuite alla scuola di Sebastiano Conca. Nella sacrestia vi sono armadi i cui pannelli rappresentano otto scene bibliche. L’antica Chiesa di San Giovanni Evangelista crollò durante il terremoto del 1654: l’attuale edificio fu ricostruito a partire dal 1682. Santa Maria Assunta del Castello, l’antica chiesa castellana, attualmente a tre navate, è stata ricostruita nel Settecento. Nel suo interno v’è un ricco patrimonio artistico con affreschi e pitture su tela.

Fuori della cittadina sono state costruite due chiese rurali, di epoca medioevale, rispettivamente dedicate a San Sebastiano e San Rocco.

Il Castello è caratterizzato da una grande muraglia, con torrioni angolari e due cortili interni, mentre all’esterno vi è un grande piazzale triangolare. Prima dei crolli del dopoguerra esisteva un grande salone interno con volte gotiche dello stesso stile del portale. Vicino al castello si trova il borgo, anch’esso difeso da ampie mura, in cui si aprono diverse porte (anticamente erano tredici), che immettevano in altri due insediamenti alvitani. L’economia locale è ancora fondata sul l’agricoltura, sull’artigianato, su attività commerciali, e, in parte, su una cava di stucco, venduto sul mercato napoletano. Molti alvitani lavorano negli uffici delle cittadine dei dintorni, a Sora e a Frosinone; molti sono occupati negli stabilimenti industriali di Cassino e di Anagni. L’artigianato tipico locale produce panieri con intrecci di vimini, lavori in ferro battuto, e, soprattutto, è ancora molto diffuso il ricamo; si lavora il pizzo e il merletto.


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Alvito, ridente cittadina della provincia di Frosinone, addossata ad una collina a 450 metri di altitudine, è uno dei quattordici comuni della Valle di Comino, compresa tra i monti costituenti il sistema appenninico abruzzese-molisano; alcuni suoi territori sono situati infatti entro i confini del Parco Nazionale d'Abruzzo Di origine oscura, Alvito sorse forse sulle rovine dell'antica Cominium, dopo il 291 a.C., quando il console romano Postumio Metello l'ebbe strappata ai Sanniti. Alla caduta dell'Impero Romano, Alvito, come molte altre città, venne devastata dai Longobardi, ed in seguito dagli eserciti di Federico Barbarossa; passata quindi sotto il controllo del monastero di Montecassino, in seguito all'atto di donazione fatto dal conte Landolfo di Capua, fu governata successivamente dai Conti d'Aquino e dai Duchi Cantelmo. Nel 1497 passò in mano a Jofré Borgia, figlio del papa Alessandro VI, ma gli abitanti lo espulsero e si allearono con i Francesi. Quindi venne sottomessa dalle truppe spagnole comandate dal Conte Pietro Navarro, vassallo di Ferdinando d'Aragona, dal 1507 al 1515. A lui succederanno i Conti Cardona per quasi tutto il '500; passaggi di proprietà si ebbero negli ultimi anni del sec.XVI, finchè il comasco cardinale Tolomeo Gallio nel 1595 ne prese possesso per il nipote, Tolomeo, con cui ufficialmente inizia la dinastia dei nuovi conti (successivamente di nuovo duchi), che durerà fino all'abrogazione del Feudalesimo, decretata da Giuseppe Bonaparte nel 1806. Al buon governo del Cardinale si deve la riduzione del brigantaggio, fiorente nella Valle di Comino, e la costruzione di palazzi e conventi (il convento dei Cappuccini nel 1597 e l'acquisto e la ristrutturazione del Palazzo Ducale intorno al 1600). Il re Borbone Carlo III nel 1744 concesse ad Alvito il titolo di "Città" in seguito all'ospitalità offertagli da Francesco III Gallio. Il massimo splendore Alvito lo conobbe nei primi decenni del XVI secolo, quando arrivò a contare circa 10000 abitanti, divenendo di fatto il capoluogo della Valle di Comino. Subito, però, iniziò la sua decadenza e il suo spopolamento. Tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo gli sconvolgimenti portati dalla Rivoluzione Francese e dalle conquiste napoleoniche, come poi le vicende risorgimentali con la caduta dei Borboni riprodussero il ben noto fenomeno del "Brigantaggio", imponente nella Valle di Comino come lungo tutto il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio.I terremoti hanno devastato la cittadina in varie epoche; disastrosi quelli del 1349, del 1456 e del 1654.Nel corso della sua storia la città si è arricchita di monumenti prestigiosi: in cima alla rocca (m.720) i resti del castello medioevale, fondato nel 1094 dai Conti d'Aquino, e, oltre al già citato Palazzo Ducale di epoca rinascimentale, la chiesa di San Simeone, con l'interno settecentesco, nella cui sacrestia si ammira una Crocifissione del Cavalier d'Arpino. Un contributo alla ricostruzione degli insediamenti storici nel territorio di Alvito è fornito dalla presenza di numerose sorgenti che, in tempi più recenti, furono sfruttate come fontane: "Certamente le nostre fontane sono poca cosa rispetto alle ricchezze delle grandi città, che vantano opere di più famosi architetti e scultori: esse costituiscono soltanto il risultato funzionale del lavoro di saggi muratori e scalpellini che con sapiente manualità e grandi sacrifici riuscirono a costruirle; e tuttavia narrano la storia di chi ha lottato contro una natura difficile e, senza deturparla, ha reso l'ambiente a misura di uomo".


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A SHORT HISTORY

Alvito was called in antiquity "Albitum" included among the possessions of the Montecassino Abbey at first, and of the Counts of Aquino and Cantelmo later. Cesare Borgia became the possessor in the year 1496, and following a ribellion the inhabitants were punished with the village pillage. The village is articulated in three distict urban nuclei: la Rocca (fortress), il Peschio, il Borgo Basso, contained in long town-walls still well preserved here and there. The Palazzo Ducale (Ducal Palace), built in the renaissance and refurbished in XVIII century, is located on the main road of the Basso Suburb, constituting the true nucleus of the present village. A little bit forward, on the left hand, a short small road goes uphill to the Church of S. Teresa. The Church is of baroque style, with a high portal. A little bit further is the Parish of S. Simeone (XVI century) with the bell-tower of a Romanic plan and the interior of the XVIII century. From the church, passing through a Gothic door, we go down by a stairway to the ex-monastery of S. Nicholas, destroyed by the earthquake of the year 1915, restaured in the year 1934: it keeps the chorus and the inlaid cupboards of the XVIII century, ordered by the pope Clement XIV.


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A CASTELLANA TALE

by Camilla Iaquone, Alumna of the School A. Carbone of the 1st Didactic Circle of Sora. Year 2001-2002.

In the year One Thousand, Alvito and Vicalvi were two countries governed by Counts and Dukes. The feudal Lord of Alvito was named Rostaino Cantelmo and lived in his castle with his wife and all the court. At Vicalvi there was Count Oderisio and he also lived in his splendid castle.

In short, the one watched the other. On a beautiful day, in the early morning, Count Oderisio went hunting in his manor and while he searched for quail and other game he heard riders and shots. Immediately he noticed that Rostaino also was engaged in a hunt, the two "Signori" exchanged a challenge and pursued the prey with fury.

Unfortunately, when Oderisio struck the quails in flight they fell on the territory of Alvito. Rostaino claimed that they were his. After days and days of contention the two gentlemen then decided to ask the counsel of Grand Ciambellano who called the hunt pernicious and suggested that they combine the catch, carry them to the kitchen of the chef Monsieur Volant, cook them and organize a beautiful banquet for all the court of Rostaino and Oderisio reuniting together the inhabitants of Vicalvi and Alvito.

During the lunch they joyously dined on a magnificent roast of mixed thrushes, snipes, pheasants and partridges. From that day, the inhabitants of Alvito and those of Vicalvi have become excellent friends and always exchange favors and assistance.

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IL CASTELLO DI ALVITO
By Liceo Scientifico L. da Vinci - Sora
"Chi oggi si aggira fra i ruderi del Castello di Alvito, di fronte a quei malinconici avanzi di mura e di torri che lasciano ancora qua e là trasparire qualche vestigio di architettura gotica e rivelano la vetusta maestà dell'edificio, più che dal triste raccoglimento che ispirano le rovine è mosso da un senso di sdegno contro l'opera edace del tempo e degli uomini. Degli uomini forse più che del tempo". (Domenico Santoro, Alvito).

CENNI STORICI SUL CASTELLO DI ALVITO

Il primo nucleo del Castello fu edificato alla fine del sec. XI, dai Conti dei Marsi di stirpe longobarda, quando già lungo i pendii del Monte Albeto c'erano insediamenti umani. Alla fine del XII sec., CIVITAS SANCTI URBANI, un possedimento cassinese nato prima del mille intorno alla chiesa di sant'Urbano ad oriente del monte Albeto, lungo il colle chiamato oggi della CIVITA, pian piano si andò spopolando. Una parte della popolazione si stabilì intorno al Castello in quella che sarebbe diventata la CITTADELLA circondata dalle mura con le sue tre porte. Un'altra parte si stabilì lungo il sottostante pendio del monte Albeto contribuendo alla nascita di quei nuclei abitati, stretti ciascuno intorno ad una chiesa, che avrebbero costituito la Valle Comino. Il castello medievale, come lo vediamo oggi, è ciò che resta della ricostruzione seguita al terremoto che nel 1349 aveva recato molti danni alle possenti mura. La ricostruzione avvenne immediatamente, nel 1350, per opera di Rostaino Cantelmo, gli avi del quale erano venuti in Italia al seguito di Carlo d'Angiò. Cantelmo entrò in possesso del castello poiché era imparentato con i precedenti signori, i conti D'Aquino, che erano morti sotto le macerie del terremoto del 1349. Successivamente la cinta muraria venne estesa da Rostaino Cantelmi, lungo le laterali est ed ovest dell'abitato del Peschio e di Alvito, fino a valle con numerose porte. Esse di notte, ed in caso d'assedio, venivano chiuse a protezione del nucleo abitato.

Del castello costruito nel 1350 ci rimane la seguente epigrafe apposta sul cartiglio che sormonta lo stemma nella porta di corte del Castello:

"Quando per terremoto vi fu pericolo generale vi fu in parecchie parti del regno, queste annose mura rovinando restarono interamente adeguate al suolo. Ma Rostaino quel nobile uomo dell'egregia stirpe degli antichi Cantelmi vi riparò in meglio e fece nuovo castello di nuove mura ed ora serbando indomita la fedeltà sua lo rende non meno illustre e gli assicura lontano nel tempo il grido della favola. Mentre l'esercito del re d'Ungheria aveva invaso il regno costui ne perdonando ne a dispendio alcuno apertamente fece onore a quanto aveva onestamente promesso per tanti meriti il re e la regina diedero a costui questo castello allora vacante per la morte di Atenulfo. Se cercherai il tempo 1300 aggiungerai 50 quando l'anno del giubileo teneva aperte per tutti i cristiani le porte del cielo, se domanderai l'artefice, abbiti il nome di Landulfo."

I Cantelmo furono signori di Alvito fino al 1497. Nel corso del XVI secolo, ai Cantelmo seguirono i Borgia, i Navarra, i Cardona e i Gallio.Questi ultimi, elevati a duchi, lasceranno completamente il castello per sostituirlo col Palazzo Ducale e saranno i signori del Ducato fino al 1806.

DESCRIZIONE DEL CASTELLO
L'ingresso al maschio era ad occidente, vi si accedeva con tre scalini. Il suo portale, l'uno dei due che siano rimasti in piedi, è a sesto acuto come quelli delle porte medioevali della cinta del paese, e misura m. 2,30 di larghezza e m. 3,50 di altezza.

Il Castello: Lato occidentale con ingresso alla corte, camminamento e ciò che rimane delle mura merlate. In fondo a destra una torre angolare a base quadrata; a sinistra, tra la vegetazione, si intravede una delle quattro torri a pianta circolare.
Una delle quattro torri angolari che guarda a sud-ovest.
Nella foto l'ingresso alla corte del Castello (lato ovest). L'arco a sesto acuto poggia su sottili imposte aggettanti. Al di sopra lo stemma dei Cantelmo rappresentato da un leone rampante (poco visibile). Il Castello nel 1349, ancora possedimento dei primi signori, i d'Aquino era stato riedificato da Rostaino Cantelmo, che divenne il nuovo signore, come testimoniava la lapide che era incastonata al di sopra dello stemma (vedi foto sopra) e di cui oggi non si conserva traccia; fortunatamente il contenuto dell'epigrafe è stato salvato in tempo. Il castello era il nucleo della Cittadella che gli sorgeva intorno e che era cinta da mura con tre porte. Dal Castello scendevano altre mura che cingevano La Valle, odierna Alvito. Con l'avvento dei Gallio, nel 1595, il Castello era ormai in disuso e la residenza dei signori diventò il Palazzo Ducale ora sede dell'Amministrazione Comunale.
Lato sud-est: al centro c'era una bifora, ai lati sono visibili tre oculi, in basso una feritoia con strombatura esterna


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THE CASTLE OF ALVITO
By Liceo Scientifico L. da Vinci - Sora
"The person who is wandering trough the ruins of the Alvito castle, in front of those sad ruins of walls and towers that make still here and there appear some vestiges of gothic architecture and reveal the old majesty of the building more than by the sad meditation inspired by the ruin, is provoked by a feeling of indignation against the times and the men work.. Perhaps of the men more than the time" (Domenico Santoro, Alvito).

HISTORY

The castle was built for the first time at the end of XI century, where already along the Albeto Mount slopes, there were human installations. It was built by a count of Aquino descending from the longobard dukes of Benevento. At the end of the XII century, CIVITA SANCTI URBANI, a property of Cassino, born before the thousand year around Saint Urbano Church at east of Albeto Mount along the hill that is called today, of the Civita, little by little began to be depopulated. A part of the population established around the castle near the place that became the "Cittadella" surrounded by its walls with its three doors. Another part established along the slope below helping the birth of the new human groups, tight around a church, that contributed to the formation of Comino Valley. The medieval castle, just as we can see it today is what remains of the rebuilding after the earthquake that in the year 1349 has made lots of damages to the strong walls. The new building was made immediately in the year 1350 thanks to Rostaino Cantelmo whose ancestors had arrived in Italy among the suit of Carlo d'Angiò. Cantelmo entered in possession of the castle because he was related with the previous lords, the counts of Aquino that died on account of the earthquake in the year 1349. The Cantelmo had been lords of Alvito till 1497. During the XVI century, Cantelmo were followed by Borgia, Navarra, Cardona and Gallio. These last, after becoming dukes abandoned the castle and built the Ducal Palace. These lords remained there till the year 1806.

DESCRIPTION

The entrance to the donjon was situated at West. There were three steps at the entrance. There was a pointed arch like those of the medieval doors around the country. It is 2,30 m wide and 3,50 high.

The castle

Western side with entrance to the court, communication trenches and what remains of the embattled walls. At the bottom, on the right side a corner stone tower with a square base, on the left side, among the vegetation one can see one of the four towers with a circular base.

 

 

 

The Castle: western side.
One of the four towers.
In the picture there is the entrance to the court of the castle (West side). The pointed arch is placed on slim projecting shutters. At the upper part there is the Cantelmo blazon that is formed by a rampant lion that isn't enough visible today. The castle that was still belonging to the first owners, the lords of Aquino had been rebuilt again in 1340 by Rostaino Cantelmo that became the new owner just as it was to be seen on the tablet that had been put above the blazon (look at the picture). But nowadays we cannot see any trace of it. Fortunately the words of the epigraph have been saved just in time. The castle was the nucleus of the Cittadella that was placed around it and that surrounded the valley that nowadays is Alvito. When the Gallio lords arrived in 1595, the castle was already abandoned and the residence of those lords became the Ducal Palace that nowadays is the headquarters of the municipal administration.
South-East side

At the center there was a mullioned window with two lights, at the two sides there are three openings to be seen, at the bottom there is a loophole with an external splay.



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